A metà degli anni Ottanta Stella era piombata a Firenze in modo non del tutto tranquillo.

Cambio di Facoltà, ricerca disperata di una stanza, quando a Firenze le lezioni erano già iniziate da mesi. 

Un affanno continuo.

Al secondo anno, al rientro dalle vacanze estive, la situazione non era certo migliorata. Anche perché aveva disdetto la camera di appena otto metri quadrati, con una parete divisoria a paravento, che usufruiva della finestra del corridoio che dava sulla maleodorante corticina interna.

La Pulce era il giornalino locale di riferimento: ci si attaccava ad una cabina telefonica e si mettevano gettoni su gettoni prima di riuscire ad avere anche un solo appuntamento per un buco umido e malsano.

Quel giorno d'ottobre Stella era andata nella mensa centrale con una sua amica di facoltà.

Era sconsolata, non sapeva più dove sbattere la testa.

Era stato ad uno di quei caratteristici tavolini smussati che Stella aveva incontrato quella che sarebbe diventata una delle sue amiche storiche e, perdipiù, collega per anni ed anni.

Una ragazza molto alta, bella e, soprattutto, che sapeva il fatto suo.

Anche lei era alla ricerca di qualcosa. Mangiava voracemente la sua insalata e contemporaneamente ascoltava i discorsi delle due ragazze con cui condivideva il tavolo.

Era stato così che la domanda secca rimbombò tra loro "Fumi?".

"No" aveva risposto Stella.

In men che non si dica Stella era stata letteralmente trascinata nella via parallela a quella della mensa e si era ritrovata a tu per tu con una anziana signora con una strana retina in testa. Inizialmente non aveva capito chi fosse.

Era molto confusa. Chi delle due affittava? Cosa si affittava? 

La ragazza spigliata parlava, parlava senza sosta mentre la signora anziana rimaneva zitta e, al limite, annuiva.

Morale della favola: Stella si era ritrovata a condividere una camera nella mansarda della signora con la ragazza che, ovviamente, non era altro che una studentessa fuori sede come lei.

Tre anni trascorsi in vera sintonia: “la piccinaccia”, “la di molto belloccia” e la “toscanaccia di montagna”. Di quest'ultima Stella conserva un bel pò di ricette ma, soprattutto, la saggezza di una donna scolpita nella roccia. 

Nata all'inizio della Grande Guerra si era trasferita durante il secondo conflitto mondiale a Firenze da un piccolissimo paese dell'Appennino toscano. Diventata sarta si era poi sposata ed aveva avuto un unico figliolo, il suo vero pupillo.

Non si sa quante accortezze aveva insegnato a Stella per non sciupare il cibo e non sprecare energia.

Massima organizzazione con la minima spesa.

Sono soprattutto due le ricette che Stella ha riprodotto tantissime volte e che non la tradiscono mai.

Stavolta è il turno del tiramisù, la leccornia preferita dal suo figliolino a cui, non si sa come, ha dato lo stesso nome del pupillo della toscanaccia.

Sin dalla scuola materna l'ha sempre chiesto come torta di compleanno.

La ricetta è molto semplice e si basa su una scelta di fondo: pavesini anziché savoiardi. 

E poi sul numero tre.

Tre sono i tuorli da lavorare con tre cucchiai di zucchero, a cui si aggiungono 300 g di mascarpone. Tre le chiare da montare che si uniscono alla fine insieme al cioccolato fondente tagliato a pezzetti. Trecento sono anche i grammi di pavesini richiesti.

Si sceglie un recipiente di ceramica, porcellana o vetro, possibilmente rettangolare e si dispone un primo strato di pavesini su cui si adagia la crema ottenuta. 

Si procede a strati alterni terminando con il composto su cui si spolvera il cacao amaro, mediante un passino a trama fitta .

La cosa importantissima è come si bagnano i pavesini. Per questo si prepara acqua bollente zuccherata e caffè e si inzuppano velocemente uno ad uno. 

Se può  piacere si può aggiungere del rum nell'acqua. 

Ma non nel caso delle torte di compleanno per i bimbi! 

Occhio…